Author:
Domus
Published:
November 30, 2015
Categories:
Architecture

CHIESA A LONGARONE (1975-1982)
G. Michelucci

”Le opposizioni al progetto furono durissime. Dovetti spiegare cosa significa la mia chiesa: il simbolo e l’embrione della resurrezione della città. C’erano dei gran costoni di roccia sul monte opposto alla diga della morte, dove erano state previste le aree per la nuova Longarone. La chiesa doveva nascere in continuità con questa natura, il cemento doveva continuare le rocce, quasi per redimere il senso della morte, rinchiuso nella natura, con un segno di speranza”
(G. Michelucci)

Il “percorso” come chiave di lettura: lungo e articolato quello che ne caratterizzò l’iter realizzativo, simbolico e metafisico quello legato all’idea di progetto.
Pensata come simbolo di rinascita dopo il disastro del Vajont (1963), e osteggiata a più riprese da numerose personalità locali, la chiesa di Santa Maria Immacolata vide la sua consacrazione solo all’inizio degli anni ’80, dopo che la proposta fu presentata nel ’66.
L’opera è caratterizzata dalla presenza di due grandi piattaforme che ne strutturano gli spazi principali: la prima al piano terra, nella quale si preservano alcuni resti della chiesa originale, e la seconda al primo piano, una sorta di anfiteatro greco, in cui è possibile svolgere le celebrazioni all’aperto, al cospetto del paesaggio circostante.
A unire i due piani, la grande rampa esterna: una salita al cielo, metafora legata all’immagine della via Crucis.
Il carattere materico, è reso attraverso il peso severo del calcestruzzo chiaro a vista, ammorbidito però, dalla magistrale capacità di modellare plasticamente le forme.
La fotografa Francesca Iovene, con i suoi scatti silenziosi, vuole descriverne il senso più intimo, nel rispetto di quello che era il reale carattere dell’architetto, schivo e solitario.

Fonte della citazione: vajont.net
Testo: Marco Diana
Fotografie: Francesca Iovene