Walter Gropius intervistato da Emilio Garroni (1961)


by RAI

In occasione della mostra “Bauhaus”, tenutasi presso la Galleria Nazionale di Arte Moderna (GNAM) di Roma tra il 20 novembre e il 5 dicembre 1961, il prof. Emilio Garroni, docente di filosofia estetica, intervista Walter Gropius che fu il direttore della celeberrima scuola di design attiva a Weimar negli anni ’20. Il brano è tratto dalla trasmissione RAI “Arti e Scienze”. Nel filmato, molto interessante, si riconosce anche lo storico dell’architettura Bruno Zevi.

Trascrizione dell’intervista:

Gropius: […] L’essenziale, invece, è il metodo d’insegnamento del Bauhaus. Nelle vecchie scuole d’arte, l’allievo imparava secondo il metodo personale del suo maestro, il quale trasmetteva appunto la sua esperienza personale, ma non possedeva un metodo oggettivo di insegnamento. Il Bauhaus ha invece cercato di dare basi oggettive a ogni allievo che avrebbe potuto sviluppare poi la propria attività di progettista secondo leggi naturali e psicologiche e arrivare così a un suo modo di progettazione poetica. Questo è il punto essenziale del Bauhaus che, in ciò, era radicalmente diverso da tutte le altre scuole d’arte. Oggi, mi sembra che sia di nuovo necessario ripensare a questo metodo oggettivo. Si vedono in giro troppe deviazione eclettiche, bisogna invece che i progettisti, gli architetti, si costruiscano la propria strada liberamente, personalmente, con i mezzi forniti da questo insegnamento oggettivo.

Emilio Garroni: L’architettura esprime la società o, addirittura, è in grado di condizionare la società? In poche parole: è possibile una architettura valida anche in una società contraddittoria? Vorrei pregare il signor Marshall di tradurre in tedesco questa domanda per il professore.

Gropius: L’architettura è sempre stata lo specchio della società, ma questo non significa che essa non possa anche influire sulla società. Noi viviamo oggi un tempo in cui la vecchia società è quasi completamente distrutta, basta pensare all’enorme sviluppo dei mezzi di produzione. Potrei dire che, nel corso della mia vita, sono successe tante cose sotto il profilo del progresso tecnico quante ne sono accadute in 2000 anni, dalla nascita di Cristo a oggi. Tanti eventi, in così poco spazio di tempo, hanno trasformato radicalmente il nostro ambiente fisico e vitale. Non dobbiamo perciò meravigliarci se non esiste quell’unità che caratterizzava le culture, le società del passato, ma speriamo di potere riconquistarla, un giorno. Ho viaggiato molto negli ultimi 10 anni, e sono arrivato alla conclusione che il Giappone, paese di antichissima civiltà, mai disturbato dall’esterno per centinaia di anni, proprio il Giappone ci fornisce, nel campo delle architetture, il miglior esempio di ciò che io chiamo “unità nella molteplicità”. Esso possiede una architettura modernissima, ricca di influenze europee e di tutto il mondo e, tuttavia, pienamente giapponese nel senso migliore.

Né in Europa, né negli Stati Uniti, esiste invece una larga base comune per l’architettura e ciò vuol dire che una nuova società ben strutturata non esiste ancora. Dappertutto ci sono focolai vitali. Auguriamoci che, in avvenire, si possa formare, da tutti questi focolai, una società più coerente e, di conseguenza, un più chiaro linguaggio architettonico.

Emilio Garroni: Il passato, professor Gropius, ci offre degli eccellenti esempi di felicissime combinazioni di stili diversi, per esempio il Rinascimento vicino al Barocco, il Barocco vicino al Rococó e così via. Ora, è la stessa cosa giustapporre due stili diversi e inserire un edificio moderno in un ambiente storico? Qui, cioè, non intervengono delle ragioni particolari e che rendono particolarmente complesso il problema, non fosse altro per la scala abissalmente diversa della città moderna rispetto alla città del passato.

Gropius: Questi problemi mi hanno sempre interessato moltissimo, per esempio, ho una raccolta di fotografie che dimostrano la possibilità che edifici costruiti in momenti diversi stiano benissimo l’uno accanto all’altro. Ho studiato questo fenomeno e ho concluso che i fattori importanti sono la scelta dei materiali e la scala, cioè il rapporto degli edifici tra loro con l’ambiente e con l’uomo. Certo, inserire un edificio moderno in un ambiente antico presenta ancora specifiche difficoltà, ma non credo che essi siano insuperabili se ci accostiamo con amore all’antico, se ci sforziamo di capirlo e se riusciamo a determinare un giusto rapporto di dimensione, ma proprio sul problema del rapporto della scala da scegliere vorrei soffermarmi. È la cosa più importante. Roma mi ospita spesso in questi ultimi tempi e sono rallegrato nel constatare che il suo centro storico non sia stato distrutto dall’inserzione di grandi edifici di scala sbagliata, cosa che purtroppo è successa in tante altre grandi città. Vorrei aggiungere però, che a causa dell’automobile e del traffico moderno, le città sono destinate a subire un notevole cambiamento. Bisogna dunque affrontare tutti questi problemi, determinare il giusto rapporto dell’uomo con l’ambiente. È difficile capire cos’è un rapporto e la scala umana. Una volta, gli architetti lo capivano molto meglio noi. Per esempio, in Inghilterra è stata costruita una nuova città, ma è stata fatta troppo grande, con rapporti non giusti, i suoi abitanti non sono felici, perché quella città non vivrà abbastanza, non è abbastanza unita. Bisogna determinare il giusto rapporto umano per rendere umani, vivere le nostre strade, le nostre piazze, e quindi trovare una appropriata connessione tra l’ambiente umano e l’ambiente del traffico, che è inevitabilmente progettato in una scala diversa. Questo è un passo molto importante.

Emilio Garroni: Professore, un problema di estrema attualità. Esiste una enorme quantità, oggi, nelle nostre città moderne, di case pseudo-moderne, volgari, piatte, che rendono inospitali, qualche volta addirittura repulsive le nostre città, ed esiste poi una piccola schiera di eccellenti costruzioni, qualche volta addirittura di capolavori.

Gropius: È una domanda molto vasta e difficile, alla quale non posso che rispondere in un solo modo. Ogni nostra speranza è riposta in una migliore educazione, in un’educazione che cominci fin dal “giardino d’infanzia”. Perché si progetti e si costruisca bene, bisogna che si educhi non solo il progettista, ma anche il consumatore, il quale deve essere in grado di vedere, di giudicare, di prendere insomma parte viva all’ambiente che lo circonda e proprio questo è stato il contributo del Bauhaus.