#studentireporter: Se incontri un Maestro, parlaci!


by Erica Scalcione, studentessa di Architettura presso l'Università di Pescara

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Palazzi storici e gallerie si aprono alla città ospitando esposizioni ed eventi

Abbiamo invitato alcuni studenti universitari a partecipare con noi alla vernice della Biennale di Architettura di Venezia. Erica Scalcione, studentessa di Pescara, ha deciso di raccontare le sensazioni e le emozioni da lei provate nell’incontrare i “Maestri”.
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Sono tanti i protagonisti dell’architettura che sono arrivati a Venezia per l’inaugurazione della 15a Mostra Internazionale di Architettura.
Si sa, la Biennale riunisce attorno a sé un flusso infinito di persone, dai curatori ai grandi architetti, dai giornalisti a una moltitudine di studenti.
In mezzo a queste figure, tra gli invasori della città, ci sono anch’io.
Cercherò, scrivendo, di mantenere la calma che ho completamente perduta all’inizio di quella giornata e di reprimere l’ansia che subito mi ha spinta tra le calli per mescolarmi alla folla nella speranza di incontrare i grandi “maestri”.
Venezia ha indossato l’abito delle grandi occasioni. Ho attraversato i canali, i ponti e le calli di Venezia diverse volte ma, oggi, in occasione della vernice, nell’aria c’è qualcosa di nuovo: palazzi storici, antichi chiostri e gallerie vengono trasformati in spazi per eventi, progetti speciali, padiglioni e sedi espositive.
All’ingresso dell’Arsenale quasi non ci si riesce a muovere: molti, muniti di “cannoni” fotografici pronti a catturare ogni dettaglio, si affrettano ad entrare; altri, tra un bicchiere di spritz e un tramezzino, affrontano discorsi importanti. Qui, vedo il curatore Alejandro Aravena che, a passo svelto, si dirige verso la conferenza stampa. Dopo averlo rincorso, ancora con il cuore in gola, riesco a fermarlo qualche istante: “Questa Biennale ha una potenza incredibile!” – dice in un italiano quasi perfetto.
Finalmente è il mio turno ed entro. Sono ancora sconvolta dalla conversazione appena avuta quando incontro Shigeru Ban e Bjarke Ingels, fondatore dello studio BIG (Bjarke Ingels Group). Non so che fare dall’emozione. Scatto un po’ di foto.
Poco più avanti, vedo un grande affollamento di persone pigiate l’una sull’altra e, incuriosita, decido di avvicinarmi quando, tra un gomito e una spalla, riesco a intravedere un profilo noto: è Tadao Ando. Un plastico descrive il suo progetto per Punta della Dogana. È qualcosa di straordinario!
Ogni cosa mi appare in una nuova dimensione: interagire con i grandi dell’architettura mi riempie di energia e di una gran voglia di mettermi in gioco.
Proseguo tra un progetto e l’altro. Intravedo Rem Koolhaas, contrariato e innervosito -con un atteggiamento da vera “archistar”- evita le mie foto. Che peccato!
Chiacchiere insistenti, passi veloci e sguardi curiosi pronti a osservare e conoscere, continuano a riempire la città. Dopo aver finito un primo giro tra gli spazi dell’Arsenale mi dirigo verso l’isola della Giudecca; ho sentito che Álvaro Siza incontrerà la giuria nel padiglione Portogallo, quello dove è esposto il suo lavoro. Non si parla d’altro. Ancor di più delle ore precedenti, sento che qualcosa di nuovo si prepara. Nell’attesa dell’arrivo di Siza, sento che qualche impaziente giornalista, forse annoiato o stanco per aver seguito vari eventi, si lascia andare a commenti poco opportuni. -“Siamo in ritardo! Ma che siamo venuti a fare?”- Io, al contrario, non vedo l’ora che arrivi il maestro portoghese. La curiosità di approfondire temi e di discutere idee aumenta sempre di più.
L’atteso ospite arriva a piccoli passi, si siede in disparte ma accetta di parlare con tutti con grande umiltà, come se non fosse lui il protagonista dell’evento. Profondamente colpita dai suoi modi, mi avvicino. Parla del concetto di tempo e, nel farlo, racconta di vecchi schizzi, descrive i modelli e le foto delle architetture da lui realizzate. Anch’io, come tutti, chiedo un autografo e lo ascolto, incantata. “Spero che i progetti verranno portati al termine al più presto” conclude, un po’ emozionato, riferendosi al suo progetto veneziano rimasto incompiuto.
È successo qualcosa d’incredibile, d’inatteso: abbiamo creato un’affinità, una complicità. Si è creato qualcosa che, forse, mi accompagnerà per tutta la vita.
Penso che la Biennale di Architettura offra realmente questo: una condivisione della conoscenza e uno scambio di esperienze per carpire, dagli autori stessi, la qualità e la complessità dell’ambiente costruito.
Incontrare gli autori, ascoltarne le esperienze, è una delle direttrici per imparare dagli altri e per approfondire ed esplorare temi di interesse globale.
I maestri, con il loro lavoro, le loro idee, ma anche con il loro comportamento – ognuno alla propria maniera – sono necessari alla crescita di noi studenti, per aiutarci a ottenere un futuro migliore.
Ho sempre pensato che fossero figure lontane da noi; in realtà, non sono poi così difficilmente raggiungibili.