Author:
Domus
Published:
July 13, 2016
Categories:
Architecture Education


Abbiamo invitato alcuni studenti universitari a partecipare con noi alla vernice della Biennale di Architettura di Venezia. Ilde Manuela Paolucci, studentessa di Pescara, ha deciso di raccontare l’esperienza del Padiglione Turchia.
___________

La prima cosa che mi colpisce, appena varco la soglia del Padiglione Turchia, è un muro di colori. Pochi secondi e mi rendo conto che i colori sono, in realtà, oggetti. Una moltitudine di oggetti accatastati per tutta la lunghezza della sala. Ancora qualche secondo e vedo che non sono messi lì a caso, hanno una disposizione ben precisa. Osservo bene: formano una barca. Una barca lunghissima, talmente lunga che quasi si fa fatica a vederne i due estremi. Inizialmente rimango immobile, meravigliata. Poi inizio a girarci attorno, sempre più incuriosita ed affascinata. Cammino, mi fermo, osservo e riprendo a camminare, in cerca di altri punti di vista.
Ad un tratto mi accorgo di una cosa: non sono l’unica nella stanza, eppure il padiglione è avvolto nel silenzio. Di tanto in tanto si percepisce appena un commento sussurrato, una macchinetta che scatta una foto, un’asse del pavimento che geme dolcemente. È come se chiunque, in quello spazio, tendesse l’orecchio in attesa di una parola.
E le parole lentamente arrivano: tutti quegli oggetti diventano voci, frasi, discorsi, storie provenienti da un’altra città. Raccontano di albe e tramonti di un’altra terra, di speranze, di sogni. Raccontano di uguaglianza, di abbattimento dei confini, di pace e di accettazione. È un grido, un grido silenzioso che commuove, che porta a riflettere. Mi accorgo del fatto che quel popolo, il popolo turco così temuto e odiato, non è poi così diverso da noi come si pensa. Non a caso, ognuno di quegli oggetti non ha nulla di particolare. Si tratta di oggetti comuni, presenti anche nella nostra quotidianità, che potrebbero essere stati prelevati ovunque. E così anche le parole sono le stesse che pronunciamo noi ogni giorno.
Allora capisco. Capisco che quella barca, la Bastarda, non è semplicemente un’imbarcazione composta da detriti. È un vero e proprio ponte tra due popoli, quello turco e quello italiano. Il suo scopo è la comunicazione per la comprensione e l’abbattimento di ogni confine geografico e culturale.
Salpa per un lungo e coraggioso viaggio attraverso il nostro Mar Mediterraneo e approda qui, sulla costa italiana, ricca di storie da raccontare per chi ha voglia di ascoltarle.
Poi tornerà indietro, nella sua terra d’origine, carica di sguardi, parole, silenzi.
Tutto ciò per instaurare un dialogo, un dialogo sussurrato eppure potente, che possa superare confini di ogni tipo.
Un dialogo importante, che forse non tutti hanno ancora il coraggio di affrontare.
____________
Leggi di più sul Padigione Turchia
Altri articoli della Biennale di Architettura di Venezia su Domusweb.it