Studenti reporter: Intervista a Cino Zucchi


by Maura Mantelli, studentessa di architettura presso l'Università di Pescara

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Intervista a Cino Zucchi nel padiglione 34 dell’Arsenale

La sostanza della città
Intervista a Cino Zucchi

La sensazione è la stessa che si prova a quelle riunioni di famiglia durante le feste; essere presente alla vernice della Biennale di Venezia è un po’ come stare a casa con i parenti, gli stessi che ti chiedono se ti sei fidanzata o quando sarai laureata, che ti sottopongono quelle domande scomode a cui non vorresti mai rispondere. Ma in realtà durante l’anno non aspetti altro che quel momento. La vernice è un po’ così: tutti sono insieme, in alcuni casi in maniera forzata come in famiglia, ma pur sempre legati da un amore comune, quello per l’architettura. E’ strano trovarsi a contatto con figure che trovi sui media e che immagini lontane dal tuo mondo; ancora più interessante è il vederle passeggiare incuriosite proprio quanto te. Nel padiglione 34 dell’Arsenale, curato dai cinesi Wang Shu e Lu Wenyu, incontro Cino Zucchi, curatore del Padiglione Italia di due anni fa, preso a gironzolare, curioso, attento a capire i temi di questa nuova edizione. Mi avvicino e ne approfitto per immergermi in una piacevole chiacchierata con lui rivolgendogli alcune domande:

Maura Mantelli_ La incontro a distanza di due anni dal suo Padiglione Italia, dove ripercorreva un’inedita lettura della stratificazione italiana a partire dal tema dell’“innesto” di un’architettura in un organismo urbano esistente. La Biennale di quest’anno è dedicata alle battaglie vinte, a quelle ancora da vincere e all’esposizione di storie che hanno avuto degli esiti convincenti, da raccontare.Quanto è importante raccontare un progetto e quando un progetto deve essere raccontato?

Cino Zucchi_ Cominciamo col ricordare che la Biennale espone ad anni alterni architettura ed arte, con una differenza rilevante. Se nella Biennale d’arte l’oggetto dell’esposizione è l’opera stessa, presente in originale e nella sua forma “corporea”, la Biennale di architettura ha un problema: l’architettura è radicata in un luogo, e il più delle volte progettata in maniera specifica per esso. Essa non può essere spostata, e in una mostra non può che essere rappresentata attraverso simulacri quali fotografie, video, disegni, modelli, diagrammi, interviste o racconti. Questa relativa impossibilità ha generato diverse modalità di raccontarla, diversi “artifici narrativi”: tra questi, il più recente fa trasparire l’invidia nei confronti dell’immanenza delle opere d’arte contemporanea, e quindi mette in atto un tentativo più o meno riuscito di realizzare delle piccole architetture all’interno dei padiglioni, come ad esempio si poteva vedere alla Biennale diretta da Kazuyo Sejima, dove la presenza di “installazioni architettoniche” era preponderante. Anche alcune delle cose che vediamo qui oggi tentano di ricreare o modificare uno spazio architettonico in presentia.
La famosa frase di Maya Angelou «People may forget what you said, but they will never forget how you made ​​them feel» (Le persone possono dimenticare ciò che hai detto, ma non dimenticheranno mai come le hai fatte sentire) esprime bene una legge fondamentale dell’exhibition design e dello spettacolo in genere. Non è difficile esporre una foto di architettura, è difficile ricrearla come “evento”, e farne sentire la presenza. In questa sala i campioni di rivestimenti e pavimentazioni in scala al vero comunicano una realtà materica non solo alla vista, ma anche al tatto e l’odorato. L’architettura non è solo un’immagine. È qualcosa in cui ci si muove, si vive e ci si incontra.
Umberto Eco diceva: “il linguaggio è qualcosa con cui si può mentire”. Ogni racconto implica quindi un possibile travisamento dei fatti, e non sappiamo se gli abitanti entusiasti rappresentati in questa esposizione attraverso foto e racconti lo sono veramente. Il rapporto tra spazio architettonico e benessere sociale (Spazio e Società, come Giancarlo de Carlo aveva chiamato la sua rivista) è complesso e mutevole; questo è il tema di questa Biennale, secondo me molto bella e riuscita, e non possiamo che fidarci del suo racconto edificante, o talvolta di denuncia. Probabilmente il tasso dei suicidi a Venezia è più alto di quello di Busalla. Però forse è più bello morire, o bere un caffè, in campo Santo Stefano che in molti altri luoghi. Non penso che Venezia di per se generi delle persone felici, però è da sempre lo sfondo amato di tante coppiette di innamorati e di tanti viaggiatori romantici, oltre che dei gatti più sovrappeso del mondo.

MM_ Mi piacerebbe approfondire questo aspetto. Il padiglione del Portogallo, allestito alla Giudecca, mette in mostra Where Álvaro meets Aldo. Álvaro Siza è tornato sul posto del “delitto”, è tornato a capire quali erano i mutamenti e le situazioni incompiute di un suo progetto. Lei ha operato in diversi contesti consolidati, tra cui quello di Venezia che indubbiamente manifesta specifiche complessità. È mai tornato a vedere una sua realizzazione?

CZ_ La sua domanda è di grande interesse. Innanzi tutto anche io ho avuto il piacere di partecipare all’evento dedicato a Siza. Per tutti Venezia è la città dello svago, per me non è proprio così. Qualche anno fa ho avuto la fortuna di vincere un concorso a inviti, e a partecipare alla pianificazione e alla realizzazione della riforma urbana dell’area della ex Junghans. Un processo difficile, pieno di intoppi, compromessi, talvolta delusioni, ripagato da un relativo successo dell’operazione da molti punti di vista; mi fa ancora impressione vedere sulla mappa di Venezia che si compra alla stazione la struttura delle calli e dei canali tracciati di mio pugno. Mi ricordo che la notte della consegna del concorso, insoddisfatto dell’altezza di un volume, presi il taglierino e tagliai in diagonale la testata dell’edificio; ieri ero su Rio di Pontelongo, e vedendo il taglio del tetto realizzato mi sono detto: l’ho fatto alle quattro del mattino, è molto strano!
Torno spesso nei luoghi che ho progettato per sedermi su una panchina e ascoltare i commenti degli abitanti. Una volta ho suonato alla porta di una signora della Giudecca per chiederle se potevo salire nel suo appartamento e fare una foto al mio edificio; mentre stirava, le mi ha detto: “ma lei è l’architetto che ha fatto quell’edificio lì? Le devo proprio dire una cosa: dalla mia finestra vedevo un piccolo triangolo di Laguna; lei me l’ha tolto, ma in cambio mi ha regalato un quadro”. A queste parole mi sono ovviamente commosso.
Un certo disordine, i panni stesi, le scarpiere sui balconi, il degrado fisico sono fisiologici all’uso quotidiano di un edificio, che deve sapere invecchiare bene. Ieri, rivisitando la ex Junghans, ho visto tutto ciò, orribili sedie e tavolini di plastica che non avrei mai scelto, ma non mi annovero tra gli architetti puristi, che non accettano questa dimensione prosaica, quotidiana. In epigrafe al bellissimo titolo del suo bellissimo “Amate l’Architettura”, Gio Ponti mette la frase di Madre Cabrini “ringrazio Dio che il mondo non va a modo mio”. L’architettura deve saper fare da sfondo alla vita quotidiana; attraverso di essa non possiamo fare del social engineering. Ho visitato molti progetti famosi, pubblicati e pubblicizzati dagli autori come esperimenti avanzati di nuove forme dell’abitare che dal vero sono un vero disastro sociale, odiati dagli abitanti che per vendetta li vandalizzano. Anche quelli che oggi passano come “progetti partecipati” non lo sono di fatto. Ho qualche esperienza a riguardo nel Nord Europa, dove questi processi sono ben sedimentati: se nella fase istruttoria si possono assumere molti dati programmatici in forma interattiva – e in ogni caso è giusto sottoporre periodicamente al giudizio di utenti e cittadini il progetto nelle sue varie fasi – la forma fisica di un edificio, quella sorta di “pietrificazione dei desideri” che è il progetto, è ancora di responsabilità dell’architetto. Queste “pietre”, una volta costruite, sopravvivono ai desideri delle persone che le avevano pensate. Noi viviamo in città fatte da persone, desideri, valori, risorse tecniche e costumi ben diversi dai nostri.

MM_ Cambiare lo status quo attraverso un cambiamento di comportamento professionale è l’incipit della sala in cui ci troviamo. I materiali esposti e la rilettura di alcune tecniche costruttive ci permettono di leggere un edificio del passato e quindi di integrarci al contesto preesistente. Lei ha operato in diversi luoghi delicati; come ci si relazione con il contesto di una città così importante come Venezia?

CZ_ L’altro giorno ho avuto la fortuna di discutere di questo tema con Álvaro Siza e Rafael Moneo. In quell’occasione, per togliere un po’ di pesantezza alla questione, ho detto che per me lavorare a Venezia è stato un po’ come uscire a cena con Nicole Kidman: si è sempre in soggezione, si ha paura di sbagliare qualcosa e di essere osservato dai media. Per lavorare in posti così intensi come Venezia, bisogna conoscerne bene il mito e gli elementi di significato da essi sovrapposti alla sua realtà fisica, poi essere in grado di liberarsene e guardarla come una città qualunque, con i suoi pregi e difetti specifici. Le immagini letterarie e artistiche, le “Pietre di Venezia” di Ruskin pesano ancora sulla città in maniera forte, impedendoci talvolta di vedere la sua realtà più prosaica, che alla Giudecca invece è parte preponderante del paesaggio.
Secondo me esistono molte maniere di guardare a quello che noi chiamiamo “tradizione” – uso le virgolette prima e dopo questa parola -; non bisogna mai dare a questo termine un valore consolidato, immutabile; come una lingua, essa si trasforma attraverso tanti piccoli spostamenti quotidiani, attraverso arcaismi, neologismi, nuovi sensi che prendono forme conosciute. Credo che ci debba essere sempre un’invenzione o una trasfigurazione che controbilanci l’idea che il progetto possa essere dedotto meccanicamente da un’analisi accurata del contesto, come se fosse già “scritto” in esso. Tra il concetto di “invenzione”, che pone l’accento sull’arbitrio del soggetto, e quello di “deduzione”, che spera di ricondurre il progetto a un processo scientifico, a mio parere il concetto di “interpretazione” è quello che può meglio definire il carattere della cultura architettonica europea. Un atto di interpretazione parte da un’osservazione attenta di cosa esiste, ma è capace anche di usare questo sguardo in forme diverse attraverso un processo di natura critica, mai riconducibile a “ricette” preformate. Ricette e prescrizioni servono a minimizzare i danni, ma non generano di per se qualità. Un bravo progettista deve essere in grado di interiorizzare le regole, evitando di applicarle in forma banale. Non è stato facile per me lavorare a Venezia: ho cercato di fare qualcosa che esprimesse la propria contemporaneità, e che pur non si arrogasse il diritto di emergere come unicum, e sapesse rispettare la dimensione corale del paesaggio veneziano. Abbiamo spesso una visione troppo romantica di Venezia: l’isola della Giudecca è un laboratorio molto interessante, perché la natura industriale e popolare che ancora esistono lì permettono un maggior grado di libertà in rispetto all’idea stereotipa e turistica di Venezia, la sua “mascherina”. Città forti come Venezia o New York sanno riassorbire lentamente i nuovi edifici, diluendoli in un paesaggio urbano che è più forte delle singole architetture. Mi ritengo soddisfatto quando non distinguo più qual è il mio edificio dal suo contesto, anche se non sono ricorso a forme mimetiche di cui il mio cliente sarebbe stato contento per ragioni esclusivamente commerciali. In conclusione, solo una cultura progettuale conscia dei propri gradi di libertà e costrizione può tenere una città viva. Come diceva Paul Valéry: “Non possiamo chiamare Scienza che l’insieme delle ricette che riescono sempre. Tutto il resto è letteratura.” In questo grado di libertà si muove l’azione del singolo, e le ricerche talvolta magnifiche che vediamo qui in Biennale.”