Author:
Domus
Published:
May 11, 2016
Categories:
Architecture Travel

La terza tappa del viaggio di wAmA (Where Álvaro meets Aldo) si svolge presso L’Aia.

Il quartiere dello Schilderswijk, realizzato in un fervido periodo di speculazione edilizia, si presentava alla fine degli anni Settanta assolutamente inadeguato a rispondere alle più elementari esigenze dell’abitare e in uno stato di disfacimento tale da rendere necessari e improrogabili interventi radicali di demolizione e sostituzione di diversi edifici e, contemporaneamente, di riqualificazione urbana. In tal senso, il processo di rinnovo che viene innescato dall’Amministrazione comunale, inizia con l’invito, rivolto ad Álvaro Siza, a partecipare alla progettazione piano-volumetrica di un comparto chiuso tra il Vaillantlaan e il Parallelweg e composto da alcuni blocchi edilizi. De Punkt en De Komma (“Punto e Virgola”, come vennero soprannominati) sono i primi due blocchi a essere eretti (106 alloggi, negli anni 1984-1988) nella zona sud-ovest adiacente alla ferrovia. In successione vengono costruiti altri quattro blocchi nell’angolo opposto, a nordest (Piano Doedijnstraat, lotto A, B, C, D, 1989- 1993).

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Parto con Álvaro Siza, Roberto, Nuno da Porto l’11 marzo pomeriggio. Il maestro ha delle abitudini precise quando viaggia e le rispetta come se fossero dei rituali; chiede di andare in aeroporto con almeno due ore di anticipo – in modo da poter fare le cose con la giusta calma – e compra i quotidiani “Público” ed “El País” per sfogliarli prima del volo, davanti a un caffè. Una volta salito sull’aereo si accomoda sul sedile prenotato, che ama scegliere tra quelli disponibili lungo il corridoio, probabilmente perché gli piace avere una visuale su ciò che accade sull’aereo nel corso del viaggio. Dopo aver chiacchierato con noi, infatti, a pochi minuti dall’atterraggio, prende un foglio trovato sul retro del sedile davanti a lui dove riporta, con uno schizzo, quello che vede in quel momento; i passeggeri, i sedili, l’abitacolo, tutto viene rappresentato con precisione e accuratezza. A disegno finito, indica sul foglio la data, l’ora, il numero del volo e la compagnia aerea per poi riporlo tra le pagine de El País.

Arrivati all’aeroporto di Amsterdam, prima di prendere il treno per l’Aia, ci sediamo a bere un caffè in un bar.
Alla televisione stanno trasmettendo una partita della Juventus e il discorso tra noi del team cade inevitabilmente sul calcio. Siza inizia così a parlare della sua grande passione per il Benfica e di quanto sia soddisfatto che poche sera prima la sua squadra del cuore abbia passato il turno in Champions League. Non credevo Siza fosse appassionato di calcio, ma quello che più mi ha stupito scoprire è che tifi una squadra di Lisbona e non della sua città, Porto.

Finito il caffè, ci dirigiamo verso la stazione e prendiamo il primo treno verso L’Aia.
Viaggiamo in una cabina a sei posti dove, a un certo punto, viene a sedersi anche una signora con cui cominciamo a parlare. Dopo esserci presentati, le spieghiamo di essere in Olanda per via del nostro progetto “Neighbourhood Where Alvaro meets Aldo” che, in occasione di questa tappa, porterà il maestro a incontrare alcuni degli abitanti del complesso da lui progettato per il quartiere di Schilderswijk West. Nasce quindi una conversazione improvvisata tra Álvaro Siza e la signora che sostiene, allarmandoci, che l’interno del complesso popolare progettato dal maestro sia caratterizzato oggi da un tessuto sociale degradato, poco raccomandabile, se non addirittura pericoloso.
Alvaro Siza sembra rimane molto scosso dalle sue dichiarazioni.
Ci accorgeremo solo successivamente, nel corso della nostra visita in sito, che la signora si sbagliava. Molto probabilmente aveva parlato per sentito dire o per luoghi comuni. A noi è sembrato che il quartiere fosse in ottime condizioni offrendo, alle famiglie residenti, condizioni più che soddisfacenti, sia per quanto riguarda le abitazioni e gli spazi pubblici e comuni, sia per quanto riguarda i suoi abitanti.

La mattina seguente incontriamo alcuni amici: Nelson Mota, architetto portoghese che insegna a Delft, Lisabeth Alferink, collaboratrice di Álvaro Siza ai tempi della realizzazione del Schilderswijk West e Adri Duivesteijn, politico che, ai tempi della costruzione dell’edificio, era assessore all’urbanistica dell’Aia.
Dopo aver fatto colazione, ci incamminiamo con tutto il team verso l’edificio realizzato dal maestro.

La prima famiglia ad aprirci la porta della propria casa è di origine turca e ci chiede gentilmente di toglierci le scarpe prima di entrare. La scena è incredibile: il maestro scalzo seduto a un tavolo accanto alla coppia mentre i tre figli continuano a giocare per tutta la stanza saltando anche sul divano dove siede Siza che, divertito, ogni tanto interrompe il discorso per osservare i bambini per poi riprende a parlare con i loro genitori.
La seconda “famiglia” a ospitarci è invece costituita da un solo membro, un ragazzo di origine Siriana rifugiato per il quale quell’appartamento rappresenta la prima casa.
La terza famiglia, di origine turca, è costituita da una coppia con un figlio. Sono gli unici ad avere da ridire sull’edificio progettato dal maestro, ma solo per ragioni strettamente religiose. Sostengono, infatti, che la posizione del bagno non sia corretta perchè, stando in quel punto, impedisce di guardare verso la Mecca quando pregano. Siza risponde, con umiltà, dicendo che non è possibile, nonostante gli sforzi fatti con la popolazione locale durante la fase di progettazione e costruzione dell’opera, prevedere qualsiasi cosa. Soprattutto se di carattere estremamente personale e legato ad un ambito come la religione che varia da individuo a individuo che abita gli spazi.
La quarta e ultima famiglia ad ospitarci è una coppia di Capoverde con la quale il maestro può tranquillamente parlare in portoghese.

Dopo gli incontri con gli abitanti del luogo, andiamo con Siza in un parco vicino dove, seduto a una panchina, dialoga a lungo con Lizabeth per poi dedicarle un disegno.
Ad un certo punto tre ragazzi turchi, incuriositi dalle telecamere, si avvicinano per domandarci a quale programma televisivo facessimo capo.
Nuno Grande, sorridendo, risponde spiegando che si tratta di un progetto per la Biennale di Venezia e presenta loro il maestro come l’architetto che ha realizzato gli alloggi nei quali loro vivono.
I tre ragazzi, appassionati di calcio e con un pallone in mano, sentendo parlare di Portogallo iniziano ad elogiare Cristiano Ronaldo e il calcio portoghese in generale.
Nuno, provocatoriamente, lancia la sfida di giocare 3 contro 3 a calcetto, probabilmente pensando che i ragazzi non avrebbero accettato. Si sbagliava. Dopo neanche cinque minuti ci ritroviamo a giocare la partita Portogallo – Turchia che perdiamo miseramente 6-1 sotto gli occhi del maestro che, divertito, ride con i membri del team di Where Alvaro meets ai margini del campo.

Dopo la partita e il pranzo torniamo in albergo, dove Siza ha fissato un incontro per un’intervista e decidiamo di darci appuntamento per le nove di sera. Una volta riuniti, decidiamo di restare in zona e di andare a cena in un ristorante turco. A cena conclusa e pur essendo stanco, Siza propone di spostarci per andare a bere qualcosa prima di tornare in albergo e ci ritroviamo in un bar molto particolare, interamente illuminato da luci rosse anche al suo interno. Il maestro si avvicina al bancone e in inglese chiede “A whisky on the rocks, please” e decidiamo di ordinare tutti la stessa cosa per poter chiudere la giornata facendo una chiacchierata tutti insieme. Subito dopo il drink, ci dirigiamo infine verso l’hotel.
E’ ora di riposarsi perché domani abbiamo l’aereo per Berlino, l’ultima tappa di questo incredibile ed emozionante viaggio.

Foto e testo: Nicolò Galeazzi

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Álvaro Siza: Fragmentos da Viagem #2
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