Author:
Domus
Published:
May 3, 2016
Categories:
Architecture Travel

La seconda tappa del viaggio di wAmA (Where Álvaro meets Aldo) si svolge a Venezia e più precisamente in Campo di Marte, sull’isola della Giudecca.
Qui, nel 1983, il Comune decise di abbattere un consistente numero di vecchi edificati per fare spazio a un nuovo complesso di edilizia residenziale. Lo IACP (Istituto Autonomo Case Popolari) e il Comune di Venezia indissero, quindi, un concorso internazionale di progettazione a invito, interpellando una decina tra i più importanti architetti italiani e internazionali. La gara per il progetto urbanistico fu vinta da Álvaro Siza, che ottenne anche l’incarico di progettare una parte del nuovo edificato. La progettazione e costruzione della restante area venne invece affidata agli architetti Carlo Aymonino, Aldo Rossi e Rafael Moneo.
Gli edifici di Aymonino e Rossi, che prevedevano la realizzazione di 51 alloggi, furono ultimati e consegnati l’8 settembre del 2004, mentre l’edificio di Rafael Moneo non venne mai realizzato.
Il progetto di Siza prevedeva anch’esso la realizzazione di 51 alloggi ma, di questi, solo 32 furono portati a termine nel 2009, mentre il secondo braccio dell’impianto a “L” rovesciata è tutt’ora rimasto incompiuto. È proprio qui, nell’area al piano terra mai ultimata, che sarà possibile visitare il Padiglione del Portogallo alla prossima Biennale di Venezia.

A fine febbraio siamo andati a fare visita ad alcuni degli abitanti residenti nell’ala terminata dell’edificio che, felici di incontrare il progettista della propria casa, ci hanno permesso di entrare in quattro degli appartamenti. A ospitarci sono stati la signora Constantini e la signora Secchila, che vivono da sole, la signora Hartz, che vive con il marito e la famiglia del signor Casimiro, che vive con la figlia e il suo compagno.

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L’appuntamento è fissato di mattina presto, davanti all’hotel dove alloggia Siza.
L’architetto ha richiesto espressamente che l’hotel fosse vicino al negozio Olivetti progettato dall’architetto Carlo Scarpa perché ci teneva molto a visitarlo in occasione di questo suo breve soggiorno a Venezia.
E’ per me incredibile constatare come, nonostante la sua esperienza e conoscenza dell’architettura, all’età di 83 anni, Siza voglia ancora vedere le opere di altri maestri e che lo faccia con una curiosità che ci si aspetterebbe da uno studente che deve ancora imparare.

Questa volta ad accompagnare il team di wAmA ci sono altri amici e colleghi locali. L’architetto Raul BettiGreta Ruffino (curatori di una mostra su Álvaro Siza), l’architetto Flavia Chiavaroli e alcuni membri dell’ATER (Azienda Territoriale per l’Edilizia Residenziale), che ha in gestione il cantiere di Siza per il suo completamento.

Giunti in Giudecca ci fermiamo a mangiare in un locale prima di iniziare le interviste con gli abitanti.
Il team è diviso in due grandi tavolate. Siza si accende una sigaretta prima di entrare e poi ci raggiunge accomodandosi a uno dei due tavoli.
Prima ancora che il pranzo inizi, chiede che gli venga passato un disegno originale del progetto della Giudecca; così comincia a discuterne con i membri del team seduti al suo tavolo.
Non c’è un solo momento del pranzo in cui quel disegno esca di scena e, soprattutto, in cui il maestro non ne parli con le persone vicine.
Giunti sul cantiere, prima una visita all’interno dell’ala non terminata, il maestro si allontana dal gruppo e inizia a osservare da solo (con la sua sigaretta) la propria opera. Terminata la sigaretta torna verso il gruppo e dà l’ok per iniziare ad incontrare le famiglie del luogo.

Due aneddoti legati agli incontri con i residenti, sono risultati particolarmente significativi.
Il primo è quello con i coniugi Hartz. Il loro appartamento si trova al secondo piano dell’ala conclusa e precisamente sulla parte terminale della struttura rivolta verso il mare. Uscendo sul terrazzo si può godere della vista di un bellissimo Parco privato. Ad un certo punto alla domanda “cosa non la convince dell’intervento di Siza?” il marito risponde dicendo che non capisce come mai l’architetto non abbia pensato di progettare una piccola apertura che guardi verso il parco, sia per avere luce la mattina, sia per poter godere di quella vista. Siza, quasi incredulo, sostiene che non sia possibile uno sbaglio del genere e chiede che gli venga mostrato il bagno. Il maestro analizza tutto nel dettaglio, poi torna in sala, ma non si siede subito e va con il signor Harts sul terrazzo. Siza rientrando, dopo un breve silenzio, ammette con grande umiltà, che oggi avrebbe optato per una soluzione diversa, concedendo una maggiore attenzione all’apertura sul parco. L’umiltà e la sincerità di Siza mi hanno sorpreso. Ho così capito che anche i grandi maestri possono ripensare le proprie scelte, anche a distanza di molti anni.

Il secondo aneddoto coinvolge il Signor Casimiro. Un uomo cieco, separato dall’ex moglie che vive solo con la figlia e il compagno della figlia. L’incontro è incredibile. Lui e Siza si siedono e iniziano a fumare. La sala si riempie di fumo, sembra di stare dentro a un set cinematografico. Il signor Casimiro, felice d’incontrare il maestro, si dimostra molto ospitale e coinvolgente quando inizia a raccontare la sua percezione di quello spazio. Fa una descrizione minuziosa di cosa fa quando arriva all’edificio, di come entra, di come si muove, di come ama sedersi sulle sedute progettate dal maestro per fumare una sigaretta. Ha stupito tutti, Siza compreso. Le sue parole erano in grado di descrivere l’essenza dello spazio. Il dialogo tra loro aveva raggiunto un livello d’intesa sorprendente ed emozionante allo stesso tempo.

La giornata si conclude dove era iniziata, nella hall dell’albergo da dove, l’indomani mattina, Siza sarebbe ripartito per Porto.

Foto e testo: Nicolò Galeazzi

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